Nell’ambito di Cuba Libre, rassegna cinematografica che
il cineclub Kamikazen di Alfonsine ha dedicato nel
mese di novembre alla rivoluzione cubana, la sala Gulliver ha
programmato la visione di un’importante pellicola riesumata una
prima volta nel 1993, dopo un silenzio pressoché tombale durato
circa trenta anni, e poi riproposta al festival di Cannes nel
2003: Soy Cuba.
L’arte del XX
secolo – e tutto fa pensare che quella del XXI, appena iniziato,
vedrà accentuare il fenomeno – ha viaggiato molto più
rapidamente di quanto non sia accaduto nei secoli precedenti,
bruciando tutte le tappe lungo il suo cammino. Se osserviamo le
due forme più originali, sorte all’inizio del ‘900 o giù di lì,
vediamo che dopo un secolo di vita c’è già bisogno di uno
sguardo retrospettivo che recuperi forme, stilemi, personaggi e
soprattutto gli esempi che hanno fatto grande le storie del
cinema e, nel campo musicale, del jazz. Sarebbe positivo
rinvenire le cause di questo accadimento nel fervore dei tempi,
per cui occorra il consolidamento della tradizione al fine di
gettare un ponte verso sempre nuove conquiste. Limitando il
raggio d’analisi alla VII arte – che, delle due citate, è
certamente la più vitale – temiamo, al contrario, di essere di
fronte ad un’involuzione del linguaggio creativo, ad una crisi
che ci auguriamo reversibile e che è il probabile specchio dell’impasse
politico/sociale in cui versa il mondo intero.
Spieghiamo in
questo modo l’occhio nostalgico che si apre ad esplorare il
cammino percorso dal cinema dalle sue origini, alla riscoperta
di capolavori caduti nel dimenticatoio o, addirittura, perduti,
con appositi festival sparsi qua e là un po’ ovunque.
Ci sembra che
rientri in quest’ambito il ritrovamento di Soy Cuba,
sfuggito a tempo debito ai più e che è stato restaurato grazie
all’opera di due autorevoli cineasti americani, Martin Scorsese
e Francis Ford Coppola. Questo film fu fortemente voluto da
Fidel Castro, che si rivolse al regista sovietico Mikhail
Kalatozov. La commissione aveva lo scopo di glorificare la
rivoluzione popolare che nel 1959 aveva soppiantato il regime di
Batista, il quale godeva della protezione americana.
Quando il film
uscì, nel 1964, il mondo si era già ripreso dal terrore che la
crisi fra U.S.A. e U.R.S.S. a causa della situazione cubana
potesse scatenare un conflitto nucleare. I rapporti fra Castro e
Krushev si erano, inoltre, notevolmente indeboliti. Vuoi che ci
sia stata una sorta di rimozione collettiva, per cui non si sia
voluto liberare un fantasma ricacciato all’interno della psiche,
vuoi che il voluto effetto propagandistico di Soy Cuba
sia stato quello di un ordigno a scoppio ritardato e che sul
pubblico russo e cubano abbia fatto presa una sorta di
disinganno e disincanto politico più di quanto non si siano
fatta strada le grandi bellezze formali di cui è disseminata la
pellicola, fatto sta che dopo pochi giorni di proiezione nelle
sale di Mosca e di L’Havana, il film uscì di scena. Non se ne
seppe più niente fino a che non venne proiettato nel 1993 al
festival di San Francisco, per poi riapparire ancora a Cannes
nel 2003, nella versione restaurata.
Le numerose
riprese dal basso verso l’alto da una parte fanno sì che le
immagini incombano e sovrastino lo spettatore, dall’altra
potrebbero voler suggerire una sorta di ascesi spirituale e
accompagnare la visione di chi osserva all’interno della sala
cinematografica, quasi a voler prolungare la sensazione di
realismo delle vicende narrate. Come a dire “tu pubblico vedi
quello che ho visto io regista, che mi sono limitato ad azionare
la cinepresa”. La stessa finalità sembra avere l’uso di
frequenti lunghi piani sequenza, che allontanano l’idea di
fiction e richiamano quella di un lungometraggio dal taglio
documentaristico.
Anche l’uso di
una voce femminile fuori campo, di fatto una rappresentazione
antropomorfica di Cuba, lungi dal suggerire l’idea di una forma
recitante, evoca una sorta di magia sacrale che va ad
ingigantire la già forte valenza propagandistica della
pellicola. Porgendo, poi, una giustificazione di natura mistica,
quella voce suggerisce implicitamente un parallelo fra la forza
fideistica della rivoluzione politica e quella della religione.
Infine, le
grandi scene di massa, con il popolo cubano che scende le
scalinate dei palazzi dell’Havana (ci sembra evidente il
richiamo alle analoghe scene di La corazzata Potëmkin –
1926, Sergej Eizenstein) potrebbero far pensare ad una
forza che viene dall’alto – quindi giusta – tale che
legittimi il grande corso degli avvenimenti storici. Il
collegamento al citato film sovietico ci appare anche dai
quattro episodi di Soy Cuba, espediente retorico che
richiama le cinque parti di cui è composta La corazzata
Potëmkin. I primi tre capitoli narrano di storie nelle quali
il regista indaga la realtà sociale vista attraverso vari
aspetti, quelli dello sfruttamento femminile, del mondo
contadino e di quello studentesco. La quarta e ultima è
disegnata come un inevitabile corollario delle precedenti, col
definitivo abbandono di ogni esitazione a percorrere la strada
della lotta armata. Come il film di Eizenstein, anche Soy
Cuba è tutto teso a mostrare un’irrefrenabile spinta
popolare, suffragandola con qualità estetiche che, in sostanza,
vogliono legittimare il contenuto politico, fondendo i due
aspetti in maniera mirabile e unitaria.
Enzo Vignoli,
18 novembre 2005