Soy Cuba

Nazione: URSS, Cuba
Anno: 1964
Regia: Mikhail Kalatozov

Festival di Cannes 2003 – Evento Speciale
 



Capolavoro riscoperto in tutto il mondo grazie all’intervento di Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, “Soy Cuba” è uno straordinario poema visivo che il sovietico Kalatozov realizzò nel 1964 su invito di Castro.
Tema: la rivoluzione cubana.

 
Note K:

Rassegna "Cuba Libre!" Novembre 2005
 

 
IL CAPOLAVORO RITROVATO
 

Il secondo appuntamento della rassegna sulla rivoluzione cubana "CUBA LIBRE!" offre la rara occasione di vedere "SOY CUBA", capolavoro del 1964 restaurato grazie all'opera di due speciali ammiratori, i maestri del cinema americano Martin Scorsese e Francis Ford Coppola. 

Commissionato nei primi anni sessanta dal leader della nuova Cuba rivoluzionaria Fidel Castro al più famoso regista sovietico del periodo, Mikhail Kalatozov, il film racconta la lotta del popolo cubano contro il regime dittatoriale di Batista appoggiato dagli Stati Uniti, lotta rivoluzionaria conclusasi vittoriosamente nel 1959.

 
CRONOLOGIA DI UN FILM "MALEDETTO"
 

Con la realizzazione di quest'opera Fidel Castro intendeva confermare anche sul piano artistico l'alleanza con l'Unione Sovietica di Krushov.

Le premesse erano delle migliori: il regista Kalatozov veniva da un prestigioso riconoscimento internazionale come la Palma d'Oro a Cannes nel 1958 per "Quando volano le cicogne". Per la realizzazione di "Soy Cuba" potè contare sulla collaborazione del suo eccezionale direttore della fotografia e del poeta Eugeni Evtuschenko per la sceneggiatura. Il già mitico "Che" Guevara, eroe della rivoluzione al fianco di Castro, fornì la consulenza storica.

Il pesante clima politico del 1962, anno della crisi dei missili che portò il mondo sull'orlo di una guerra atomica, creò enormi difficoltà alla troupe impegnata nelle riprese del film, che comunque venne portato a termine e
uscì nel 1964, quando i rapporti tra Castro e Krushov si erano notevolmente raffreddati.

Il risultato fu un'accoglienza negativa sia da parte sovietica che cubana: l'opera sparì in pochi giorni dalla programmazione dei cinema di Mosca e dell'Havana finendo nel dimenticatoio.

Nel 1993, cira trent'anni dopo, "Soy Cuba", presentato al Festival di San Francisco, viene salutato come un autentico capolavoro da 
Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, che decidono di restaurare la pellicola.

Nel 2003 è lo stesso Scorsese a presentare la nuova copia della pellicola al Festival di Cannes, accolta con entusiamo dalla critica. A colpire è la tecnica cinematografica, straordinariamente innovativa, che trasforma il racconto di alcuni episodi della rivoluzione in un poema epico dal potere evocativo eccezionale.

Martin Scorsese dichiara che "se il film fosse stato visto all'epoca, nel 1964, avrebbe cambiato il cinema di tutto il mondo".

La vita travagliata di "Soy Cuba" è stata ricostruita dal regista brasiliano Vicente Ferraz nel documentario "Soy Cuba - Il mammuth siberiano". La piccola e coraggiosa società di ditribuzione Fandango li distribuisce contemporaneamte nelle sale italiane dal mese di ottobre 2005.

 


Nell’ambito di Cuba Libre, rassegna cinematografica che il cineclub Kamikazen di Alfonsine ha dedicato nel mese di novembre alla rivoluzione cubana, la sala Gulliver ha programmato la visione di un’importante pellicola riesumata una prima volta nel 1993, dopo un silenzio pressoché tombale durato circa trenta anni, e poi riproposta al festival di Cannes nel 2003: Soy Cuba.

L’arte del XX secolo – e tutto fa pensare che quella del XXI, appena iniziato, vedrà accentuare il fenomeno – ha viaggiato molto più rapidamente di quanto non sia accaduto nei secoli precedenti, bruciando tutte le tappe lungo il suo cammino. Se osserviamo le due forme più originali, sorte all’inizio del ‘900 o giù di lì, vediamo che dopo un secolo di vita c’è già bisogno di uno sguardo retrospettivo che recuperi forme, stilemi, personaggi e soprattutto gli esempi che hanno fatto grande le storie del cinema e, nel campo musicale, del jazz. Sarebbe positivo rinvenire le cause di questo accadimento nel fervore dei tempi, per cui occorra il consolidamento della tradizione al fine di gettare un ponte verso sempre nuove conquiste. Limitando il raggio d’analisi alla VII arte – che, delle due citate, è certamente la più vitale – temiamo, al contrario, di essere di fronte ad un’involuzione del linguaggio creativo, ad una crisi che ci auguriamo reversibile e che è il probabile specchio dell’impasse politico/sociale in cui versa il mondo intero.

Spieghiamo in questo modo l’occhio nostalgico che si apre ad esplorare il cammino percorso dal cinema dalle sue origini, alla riscoperta di capolavori caduti nel dimenticatoio o, addirittura, perduti, con appositi festival sparsi qua e là un po’ ovunque.

Ci sembra che rientri in quest’ambito il ritrovamento di Soy Cuba, sfuggito a tempo debito ai più e che è stato restaurato grazie all’opera di due autorevoli cineasti americani, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola. Questo film fu fortemente voluto da Fidel Castro, che si rivolse al regista sovietico Mikhail Kalatozov. La commissione aveva lo scopo di glorificare la rivoluzione popolare che nel 1959 aveva soppiantato il regime di Batista, il quale godeva della protezione americana.

Quando il film uscì, nel 1964, il mondo si era già ripreso dal terrore che la crisi  fra U.S.A. e U.R.S.S. a causa della situazione cubana potesse scatenare un conflitto nucleare. I rapporti fra Castro e Krushev si erano, inoltre, notevolmente indeboliti. Vuoi che ci sia stata una sorta di rimozione collettiva, per cui non si sia voluto liberare un fantasma ricacciato all’interno della psiche, vuoi che il voluto effetto propagandistico di Soy Cuba sia stato quello di un ordigno a scoppio ritardato e che sul pubblico russo e cubano abbia fatto presa una sorta di disinganno e disincanto politico più di quanto non si siano fatta strada le grandi bellezze formali di cui è disseminata la pellicola, fatto sta che dopo pochi giorni di proiezione nelle sale di Mosca e di L’Havana, il film uscì di scena. Non se ne seppe più niente fino a che non venne proiettato nel 1993 al festival di San Francisco, per poi riapparire ancora a Cannes nel 2003, nella versione restaurata.

Le numerose riprese dal basso verso l’alto da una parte fanno sì che le immagini incombano e sovrastino lo spettatore, dall’altra potrebbero voler suggerire una sorta di ascesi spirituale e accompagnare la visione di chi osserva all’interno della sala cinematografica, quasi a voler prolungare la sensazione di realismo delle vicende narrate. Come a dire “tu pubblico vedi quello che ho visto io regista, che mi sono limitato ad azionare la cinepresa”. La stessa finalità sembra avere l’uso di frequenti lunghi piani sequenza, che allontanano l’idea di fiction e richiamano quella di un lungometraggio dal taglio documentaristico.

Anche l’uso di una voce femminile fuori campo, di fatto una rappresentazione antropomorfica di Cuba, lungi dal suggerire l’idea di una forma recitante, evoca una sorta di magia sacrale che va ad ingigantire la già forte valenza propagandistica della pellicola. Porgendo, poi, una giustificazione di natura mistica, quella voce  suggerisce implicitamente un parallelo fra la forza fideistica della rivoluzione politica e quella della religione.

Infine, le grandi scene di massa, con il popolo cubano che scende le scalinate dei palazzi dell’Havana (ci sembra evidente il richiamo alle analoghe scene di La corazzata Potëmkin – 1926, Sergej Eizenstein)  potrebbero far pensare ad una forza che viene dall’alto – quindi giusta –  tale che legittimi il grande corso degli avvenimenti storici. Il collegamento al citato film sovietico ci appare anche dai quattro episodi di Soy Cuba, espediente retorico che richiama le cinque parti di cui è composta La corazzata Potëmkin. I primi tre capitoli narrano di storie nelle quali il regista indaga la realtà sociale vista attraverso vari aspetti, quelli dello sfruttamento femminile, del mondo contadino e di quello studentesco. La quarta e ultima è disegnata come un inevitabile corollario delle precedenti, col definitivo abbandono di ogni esitazione a percorrere la strada della lotta armata. Come il film di Eizenstein, anche Soy Cuba è tutto teso a mostrare un’irrefrenabile spinta popolare, suffragandola con qualità estetiche che, in sostanza, vogliono legittimare il contenuto politico, fondendo i due aspetti in maniera mirabile e unitaria.

Enzo Vignoli, 18 novembre 2005

 

   

 

 

 

 

 

Home Page