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Nazione: Palestina
Anno: 2005
Regia: Hany Abu-Assad
Durata: 98 min.
Oscar 2006
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Candidato come miglior miglior film straniero
Festival di Berlino 2005
Premio Amnesty International

L'ultimo giorno di Khaled e Said, amici d'infanzia, prima di
entrare nei territori israeliani per compiere una missione
suicida, come kamikaze.
Note K:
Rassegna
"Piovono film" 2006
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RECENSIONE DEL FILM "PARADISE NOW"
Un
certo tipo di cinema "politicamente impegnato", militante potremmo
dire, soffre di solito di due ordini di difficoltà. Il primo
concerne la fruibilità popolare, una capacità filmica di messa a
disposizione delle chiavi di lettura e di comprensione
dell'aspetto puramente cinematografico di un film che presenta
un'impostazione sociale. Ultimamente il "Romanzo Criminale" di
Placido/Di Cataldo si pone come sintesi classica ed insieme
moderna di una problematica simile.
Il secondo riguarda modo più stretto la materia del cinema, non
tanto nella sua semplice realizzazione tecnica, quanto nella
sapiente miscela di un'etica della messa in scena e di uno script
ben bilanciato e godibile.
Vicino alla composizione di quest'ultimo rebus va l'ultimo film di
Hany Abu-Assad, che tenta di unire le esigenze di autorialità e
d'impegno di un'opera d'impegno sociale, ad una coerenza etica ed
estetica che per rendere il film cinematograficamente di ottima
fattura.
Singolare e interessantissima la vicenda narrata, quella della
quotidianità di due aspiranti kamikaze palestinesi nella Nablus
odierna. La struttura della narrazione procede in modo coerente
con l'occhio che osserva. E così il vissuto spicciolo di due
ragazzi qualsiasi della striscia di Gaza (gli ottimi Kais Nashef e
Ali Suleiman) viene messo in scena fino nella banalità di sequenze
iniziali che dipingono quadri quasi minimalisti, eppure capaci di
introdurre lo spettatore al di dentro di una vicenda in poche
semplici pennellate.
Paradossalmente tutta la carica di denuncia che il film porta con
se (per la quale ha ottenuto anche il patrocinio di Amnesty
International) viene dipanata in una vicenda che di politica, nel
senso stretto del termine, ha molto poco. "Volevo mettere in scena
un thriller, ma che avesse tutte le caratteristiche di una storia,
un tempo e una situazione reali" ha detto il regista. E Mike
Corradi, responsabile per il medio-oriente di Amnesty, inquadra
bene la dimensione del film dicendo "Noi siamo a conoscenza di un
problema politico e sociale rispetto alla situazione
israelo-palestinese. Ma solo il cinema, andando a scoperchiare e a
scoprire un vissuto, ci può offrire un quadro reale della
drammaticità di un certo tipo di condizione umana".
La bravura di Abu-Assad sta proprio nell'usare un linguaggio
cinematografico denso di un'etica filmica, che veicoli un certo
messaggio avendo la cura di non perdere di vista l'interesse
principale in un'opera del genere, cioè quello di un amore
profondo verso il cinema, posto un passo prima rispetto a tutti
quelli che possono essere aspetti importanti ma non fondamentali
in un film.
E così Assad ci offre qualche quadro di cinema d'alta scuola, come
alcune inquadrature cariche di senso e di simmetria, o come la
splendida sequenza del testamento.
Il film, molto breve, perde d'intensità negli ultimi dieci minuti,
tendendo a diventare eccessivamente raccontato, retorico. Ma il
finale recupera quella intensità e quella scomodità che ne ha
caratterizzato tutto l'andamento. Un ottimo prodotto dunque, che
verrà penalizzato dalla solita distribuzione barbara, ma a cui
vale veramente la pena dare un'occhiata.
http://filmup.leonardo.it
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