Non bussare alla mia porta

Regia: Wim Wenders
Cast:
Sam Shepard, Jessica Lange, Tim Roth



Un attore di western abbandona il set dell’ennesimo film per partire alla ricerca di un figlio mai conosciuto. Ancora un on the road per Wenders,
sulle orme dell’epocale “Paris, Texas”.



Note K:

Festival di Cannes 2005
 

 

 

 

 

 

 

 


L'incipit ci sprofonda da subito nei paesaggi desertici del vecchio, archetipico West: Butte, Elko, Moab. Siamo dalle parti di John Ford e della sua Monument Valley nello Utah, luogo dell'anima e di un cinema in cui i personaggi decidono da soli il proprio destino, al cospetto di e nonostante una Natura annichilente e assolutista. Anche Howard Spence, star declinante del film western, abitata da ogni sorta di eccesso (droga, alcol, sesso), prende una decisione improvvisa: mollare la troupe del film che sta girando (intitolato, significativamente, "Il fantasma del West") e partire alla ricerca delle proprie radici recise (la madre, un figlio). E' lo stesso tema di altri film "americani" di Wim Wenders, dall'antico "Paris, Texas" al recente "La terra dell'abbondanza" . Il protagonista cerca una rinascita (getta via il cellulare, straccia la carta di credito) e inizia l' ennesimo viaggio "on the road", nella più pura tradizione Usa, attraverso il grande paesaggio americano del mito e della iconografia pittorica. Dal West di Ford e dei dipinti di Charles Russell e Frederick Remington si passa alla desolazione urbana di quelli di Edward Hopper, che è esplicitamente citato in alcuni scorci e inquadrature. Hopper, come altre volte, fornisce a Wenders il substrato della sua narrazione: paesaggi persi, sensazione di vuoto, tensione al viaggio e alla ricerca personale. Howard è un altro dei personaggi liminari di Wenders: sospeso tra dentro e fuori, abita in quella soglia, che è insieme desiderio di aprire un varco e immergersi, paura di star fermi e speranza di movimento, certezza della morte. Come nell' incipit di "Paris, Texas", un uomo esce dal deserto, il luogo del vuoto, e inizia un viaggio che è sì nello spazio, ma anche nel tempo, nel proprio passato. Il ritorno alla città natale è anche un riprendersi la vita, gli affetti perduti; un riappropriarsi di ciò che si è stati. Il cowboy solitario si accorge che non è solo al mondo, che può ancora riallacciare delle relazioni intense. Il suo pellegrinaggio prevede una sosta a casa della vecchia madre, una sulla tomba del padre, una in un motel affollato di manicuriste e un'altra in un casinò di Reno, tra autobus e vecchie Mercedes, tra Montana e Nevada. Intanto, una ragazza viaggia con le ceneri della madre. Classicismo e modernità si fondono in quello che è soprattutto un esercizio di stile formale; sul piano tematico, cinema, famiglia e fuga - le tre figure che da sempre ossessionano il regista tedesco - trovano qui un ennesimo tratto d' unione. Due antiche bellezze hollywoodiane, Eva-Marie Saint e Jessica Lange, fungono con naturalezza da specchi femminili dell'antieroe maschio decaduto e narciso (chi meglio dello specialista Sam Shepard?). Cittadine deserte (le ghost towns del western), casinò chiassosi, bordelli autostradali, Marlboro County e Edward Hopper Territory: l'America tra realtà e simulacro baudrillardiano, tra fissità dell'innocenza e nostalgia della perdita, ci scorre intorno come un nastro trasportatore di immagini, mentre Howard tenta faticosamente di penetrarla per l'ultima volta. Wenders, affascinato a sua volta dai fantasmi dell'America, non può che solidarizzare con lui, accompagnandolo nel suo viaggio con immagini di lancinante, stentorea bellezza e un gran rinforzo di chitarre.

Alberto Morsiani – http://www.cineweb-er.com/ficeweb

 

 

 

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