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L'incipit ci sprofonda da
subito nei paesaggi desertici del vecchio, archetipico West:
Butte, Elko, Moab. Siamo dalle parti di John Ford e della sua
Monument Valley nello Utah, luogo dell'anima e di un cinema in cui
i personaggi decidono da soli il proprio destino, al cospetto di e
nonostante una Natura annichilente e assolutista. Anche Howard
Spence, star declinante del film western, abitata da ogni sorta di
eccesso (droga, alcol, sesso), prende una decisione improvvisa:
mollare la troupe del film che sta girando (intitolato,
significativamente, "Il fantasma del West") e partire alla ricerca
delle proprie radici recise (la madre, un figlio). E' lo stesso
tema di altri film "americani" di Wim Wenders, dall'antico "Paris,
Texas" al recente "La terra dell'abbondanza" . Il protagonista
cerca una rinascita (getta via il cellulare, straccia la carta di
credito) e inizia l' ennesimo viaggio "on the road", nella più
pura tradizione Usa, attraverso il grande paesaggio americano del
mito e della iconografia pittorica. Dal West di Ford e dei dipinti
di Charles Russell e Frederick Remington si passa alla desolazione
urbana di quelli di Edward Hopper, che è esplicitamente citato in
alcuni scorci e inquadrature. Hopper, come altre volte, fornisce a
Wenders il substrato della sua narrazione: paesaggi persi,
sensazione di vuoto, tensione al viaggio e alla ricerca personale.
Howard è un altro dei personaggi liminari di Wenders: sospeso tra
dentro e fuori, abita in quella soglia, che è insieme desiderio di
aprire un varco e immergersi, paura di star fermi e speranza di
movimento, certezza della morte. Come nell' incipit di "Paris,
Texas", un uomo esce dal deserto, il luogo del vuoto, e inizia un
viaggio che è sì nello spazio, ma anche nel tempo, nel proprio
passato. Il ritorno alla città natale è anche un riprendersi la
vita, gli affetti perduti; un riappropriarsi di ciò che si è
stati. Il cowboy solitario si accorge che non è solo al mondo, che
può ancora riallacciare delle relazioni intense. Il suo
pellegrinaggio prevede una sosta a casa della vecchia madre, una
sulla tomba del padre, una in un motel affollato di manicuriste e
un'altra in un casinò di Reno, tra autobus e vecchie Mercedes, tra
Montana e Nevada. Intanto, una ragazza viaggia con le ceneri della
madre. Classicismo e modernità si fondono in quello che è
soprattutto un esercizio di stile formale; sul piano tematico,
cinema, famiglia e fuga - le tre figure che da sempre ossessionano
il regista tedesco - trovano qui un ennesimo tratto d' unione. Due
antiche bellezze hollywoodiane, Eva-Marie Saint e Jessica Lange,
fungono con naturalezza da specchi femminili dell'antieroe maschio
decaduto e narciso (chi meglio dello specialista Sam Shepard?).
Cittadine deserte (le ghost towns del western), casinò chiassosi,
bordelli autostradali, Marlboro County e Edward Hopper Territory:
l'America tra realtà e simulacro baudrillardiano, tra fissità
dell'innocenza e nostalgia della perdita, ci scorre intorno come
un nastro trasportatore di immagini, mentre Howard tenta
faticosamente di penetrarla per l'ultima volta. Wenders,
affascinato a sua volta dai fantasmi dell'America, non può che
solidarizzare con lui, accompagnandolo nel suo viaggio con
immagini di lancinante, stentorea bellezza e un gran rinforzo di
chitarre.
Alberto
Morsiani – http://www.cineweb-er.com/ficeweb
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