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Rischiavamo di dimenticarcelo, Abel Ferrara. Rischiavamo che la
sua lenta ma inesorabile uscita da Hollywood lo condannasse al
silenzio. E invece eccolo qui, col suo “Mary”, a dimostrare che
cosa stavamo perdendo quando non faceva film, quali scommesse il
cinema è ancora in grado di affrontare, che forme di ricerca
spirituale e umana un cineasta può provocare. I produttori
bolognesi del film, coadiuvati da un team di finanziatori francesi
e americani rigorosamente indipendenti, hanno permesso a Ferrara
di girare il film del suo ritorno, facile sarebbe dire della sua
“resurrezione”. Il film infatti comincia con le immagini di Maria
Maddalena che scopre la resurrezione di Cristo, non trovandone il
corpo nel sepolcro. Si tratta di una prima sequenza di enorme
emotività, percorsa dal brivido del sacro e del mistero, sospesa
tra fede e profanità. Scopriamo presto che quello che stiamo
vedendo è il “film nel film” di un cineasta un po’ ingenuo e un
po’ blasfemo, che ha voluto sfidare Mel Gibson accreditando la
versione dei vangeli apocrifi. Il film-nel-film è però causa di
una doppia conversione: quella di Marie, l’attrice chiamata a
impersonare Maria Maddalena, che comincia una lunga ricerca di
fede a Gerusalemme, e quella di Ted, giornalista interessato al
film, orgoglioso e fedifrago anche nel momento dell’attesa di un
figlio dalla sua compagna. Le vite dei protagonisti si complicano:
attentati a Gerusalemme, tumulti di piazza contro il film,
tragedie personali per il giornalista. Ognuna di queste storie,
intrecciata alle altre, finisce con lo svolgersi sotto il segno
del sacro, della figura di Gesù e della sua presenza nella società
contemporanea. Come sempre in Ferrara (pensiamo in particolare a
“Occhi di serpente”, “Il cattivo tenente”, “The Addiction”),
peccato e redenzione si mescolano ambiguamente. Mai come questa
volta, però, il regista americano ha affrontato con tanta
frontalità l’argomento religioso. Tutto è naturalmente dubbio:
Tony, il regista, è un buffone interessato solo ai soldi, o in lui
alberga veramente la necessità del credere? Marie è in preda a un
delirio mistico, o ha davvero visto “Jeshua”, come sembra in una
delle prime, impressionanti, sequenze di rivelazione? Ted potrà
trasformarsi nell’uomo che non è stato, o è, il suo, solo il
pentimento di un attimo? Quello che conta tuttavia, è l’aver
ritrovato il Ferrara che conoscevamo, forse meno compatto di un
tempo, ma al contempo filosofico, saggistico, tormentato,
vibrante, imperscrutabile, ambizioso, dolente; in una parola:
necessario.
Roy Menarini
– http://www.cineweb-er.com/ficeweb
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