Mary

Regia: Abel Ferrara
Cast:
Juliette Binoche, Matthew Modine, Forest Whitaker



Tre personaggi (un regista, un’attrice, un conduttore televisivo)
per un’unica ossessione: Gesù Cristo, tra verità storica e fede.



Note K:

Festival di Venezia 2005 - Premio Speciale della Giuria
 

 

 

 

 

 


Rischiavamo di dimenticarcelo, Abel Ferrara. Rischiavamo che la sua lenta ma inesorabile uscita da Hollywood lo condannasse al silenzio. E invece eccolo qui, col suo “Mary”, a dimostrare che cosa stavamo perdendo quando non faceva film, quali scommesse il cinema è ancora in grado di affrontare, che forme di ricerca spirituale e umana un cineasta può provocare. I produttori bolognesi del film, coadiuvati da un team di finanziatori francesi e americani rigorosamente indipendenti, hanno permesso a Ferrara di girare il film del suo ritorno, facile sarebbe dire della sua “resurrezione”. Il film infatti comincia con le immagini di Maria Maddalena che scopre la resurrezione di Cristo, non trovandone il corpo nel sepolcro. Si tratta di una prima sequenza di enorme emotività, percorsa dal brivido del sacro e del mistero, sospesa tra fede e profanità. Scopriamo presto che quello che stiamo vedendo è il “film nel film” di un cineasta un po’ ingenuo e un po’ blasfemo, che ha voluto sfidare Mel Gibson accreditando la versione dei vangeli apocrifi. Il film-nel-film è però causa di una doppia conversione: quella di Marie, l’attrice chiamata a impersonare Maria Maddalena, che comincia una lunga ricerca di fede a Gerusalemme, e quella di Ted, giornalista interessato al film, orgoglioso e fedifrago anche nel momento dell’attesa di un figlio dalla sua compagna. Le vite dei protagonisti si complicano: attentati a Gerusalemme, tumulti di piazza contro il film, tragedie personali per il giornalista. Ognuna di queste storie, intrecciata alle altre, finisce con lo svolgersi sotto il segno del sacro, della figura di Gesù e della sua presenza nella società contemporanea. Come sempre in Ferrara (pensiamo in particolare a “Occhi di serpente”, “Il cattivo tenente”, “The Addiction”), peccato e redenzione si mescolano ambiguamente. Mai come questa volta, però, il regista americano ha affrontato con tanta frontalità l’argomento religioso. Tutto è naturalmente dubbio: Tony, il regista, è un buffone interessato solo ai soldi, o in lui alberga veramente la necessità del credere? Marie è in preda a un delirio mistico, o ha davvero visto “Jeshua”, come sembra in una delle prime, impressionanti, sequenze di rivelazione? Ted potrà trasformarsi nell’uomo che non è stato, o è, il suo, solo il pentimento di un attimo? Quello che conta tuttavia, è l’aver ritrovato il Ferrara che conoscevamo, forse meno compatto di un tempo, ma al contempo filosofico, saggistico, tormentato, vibrante, imperscrutabile, ambizioso, dolente; in una parola: necessario.
 

Roy Menarini – http://www.cineweb-er.com/ficeweb

 

 

 

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