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Finalmente un bel film sul ’68. E
diciamo bello prima di buono, perché il regista
Philippe Garrel ha realizzato un’opera in cui esamina il ’68 da
ogni angolatura, ma all’interno di una struttura unitaria.
L’analisi sociologica si staglia solo implicita sullo sfondo per
far posto ad una ricerca estetica talmente accurata da scomparire
e da far sembrare il film un’altra cosa. La pellicola trasuda una
malinconia non dipinta ad arte da chi professi apertamente la
nostalgia di quel periodo, rapportandolo ai giorni nostri, ma che
sgorga spontaneamente da immagini riprese con un fulgido bianco e
nero. Les amants réguliers esce da uno scatolone pieno di
ricordi dimenticati. La memoria riemerge da parole, comportamenti,
atteggiamenti non storicizzati, ma ripresi nel momento della loro
nascita. Le considerazioni e i discorsi politici - colti nella
loro immediatezza, espressi in piccoli consessi e non ancora
forzati dall’assemblearismo - sono esposti sempre in modo
interlocutorio, senza mai fare intervenire la spada di Damocle di
un giudizio critico storico a posteriori, ma lasciati fluire in
maniera oggettiva. Davanti ai nostri occhi si dispiega una sorta
d’innamoramento, che ci fa vedere il film come il contenuto di
una vecchia bobina amatoriale in cui siano cuciti gli spezzoni di
alcune riprese in 8 mm, congiunti in maniera meccanica col nastro
adesivo, tramite un apparecchio rudimentale. Tale può apparire
Les amants réguliers, suddiviso in una lunga introduzione -
una sorta di prologo - e quattro capitoli, e questa nostra
impressione è stata rafforzata da alcuni brevissimi istanti in cui
sembra che la pellicola abbia preso luce.
Il film ci mostra dapprima le
barricate studentesche, le auto rovesciate e incendiate, le
molotov, le cariche della polizia, le corse attraverso i vicoli
parigini per sfuggire agli inseguimenti dei gendarmi. Queste
immagini sembrano riprese da lontano da un protagonista che si
trovava là come per un caso del destino, e quella distanza può
essere il filtro temporale attraverso il quale il regista fa
riemergere il suo vissuto. I rumori sordi, i suoni smozzicati e le
parole incomprensibili che emergono a fatica da bivacchi
improvvisati o rimbombano fra i sampietrini e riecheggiano sul
pavè, quei visi coperti, illuminati a stento dai fuochi, sono il
prodotto di una stagione rivista cogli occhi di chi ha vissuto
realmente quei momenti e forse con quelle determinate modalità, in
modo aperto allora - com'era giusto che fosse - ma probabilmente
non risolto neppure oggi.
Dopo questo incipit, il film ha
inizio veramente quando Philippe Garrel si rivede, tramite il
figlio, mentre fugge sui tetti di Parigi, e quando si domanda se
pubblicare le proprie poesie rappresenti un tradimento. Il suo
interlocutore, Jean-Cristophe, vuole invece restare anonimo;
preferisce essere un semplice imbianchino, il vero pittore:
già in questo primo scarno scambio verbale è mostrata la doppia
anima della sinistra: quella operaia e quella intellettuale. Nel
secondo capitolo del film, Les espoirs fusillés,
Jean-Christophe esporrà, poi, uno dei temi fondamentali del ’68 e
oggetto di maggiori controversie: vorrei una società
dove padri e figli non si odino. Garrel forse introduce
qui la cruciale questione se la rivolta studentesca sia stata
pilotata dai padri che avrebbero mandato i figli allo sbaraglio
per poi potere giustificare la repressione e la restaurazione.
Il regista pone le domande, ma si ferma lì. La bellezza di Les
amants réguliers sta in questa attesa, in questa
riproposizione dei dilemmi, degli interrogativi e delle speranze
di allora, senza anticipare mai le risposte che saranno implicite
nei successivi capitoli dei film. C’è in esso un mare di nostalgia
che non si cura dell’evidenza che quei sogni e quelle speranze
sono archeologia, acqua passata, materia di studio e
riflessione storica: Les amants réguliers è innanzitutto
poesia che, con la sua forza, riesce a narrarci di filosofia, di
politica, di storia, senza rinnegare mai la sua vocazione,
implicita nel titolo, di essere un film che tratta l’argomento
dell’amore.
Il pudore dei personaggi sembra lo
specchio del tempo ritrovato dal regista, che lo trasferisce nel
film incurante di rischiare l’incredulità se non proprio il
dileggio di un pubblico giovane e impreparato che non sappia
cogliere i momenti di una breve stagione in cui il sogno
dell’amore era ancora puro, intimo e non guidato e modellato dagli
schemi odierni.
Trasmesso pochi giorni dopo la
presentazione al 62° festival di Venezia (conferiti i premi per la
miglior regia e la fotografia), regalo inatteso del terzo
programma della Rai per cinefili di provincia che mai avrebbero
potuto sperare di vedere passare il film sui loro schermi
cinematografici, il film di Garrel si presta, anzi obbliga ad un
parallelo con The Dreamers di Bernardo Bertolucci, non
foss’altro perché il figlio di Garrel, Louis, è protagonista di
entrambe le pellicole e parte delle comparse è comune, così come,
ci è sembrato di capire, l’appartamento in cui sono girati gli
interni di entrambi i film. C’è poi un richiamo diretto a
Bertolucci quando Lila (Clotilde Hesme) domanda a François ( Louis
Garrel) se ha visto Prima della rivoluzione.
Enrico Ghezzi, che ha proposto il film
del regista francese nel suo noto programma notturno, con
l’aver fatto precedere direttamente la proiezione di Les amants
réguliers dalle ultime scene del film di Bertolucci, ha
sancito un’ideale continuità fra le due pellicole. Non sapremmo
dire con quale liceità: al di là di un filo cronologico coerente
per cui una storia ha inizio dal punto in cui l’altra è terminata,
il taglio dei due film è molto diverso, forse opposto. Se il
percorso dei sognatori di Bertolucci dal chiuso delle sale
cinematografiche e dell’appartamento sfocia nell’esaltazione delle
manifestazioni di piazza, nel bisogno di dare uno sfogo alle
teorie fin lì sublimate da un gruppo di studenti figli di papà,
Garrel rimane fedele ad una forma di sogno più interiore, in cui i
vari personaggi del film non smetteranno, fino alla fine, di
essere delle persone in carne ed ossa su cui si abbatteranno gli
avvenimenti, ma non saranno mai parte indistinta e forse acritica
di una massa d’urto. Questi amanti regolari, così definiti
con un bell’ossimoro dal cineasta transalpino, li vediamo nascere,
vivere e morire in estrema purezza, con la naturalezza di chi non
ha niente da ostentare. Sono rappresentati secondo idealità che ci
appaiono tanto più vere quanto più figlie di un tempo tramontato,
in cui l’amore esce dalla segregazione imposta dalla generale
mentalità clericale per espandersi con pudore in un sogno di
libertà che rimane un fatto intimo dei protagonisti. Bertolucci,
invece, pone l’accento in modo provocatorio su di una sessualità
fin lì negata, sbattendola in faccia al pubblico, con un processo
che, poi prevalso, avrebbe portato al trionfo del consumismo anche
nel campo dei sentimenti e dell’erotismo. Garrel non dimentica mai
di stare parlando di uomini e donne che credono in quello che
dicono, fanno, sognano e che vivono fino in fondo anche il declino
delle loro aspirazioni; Bertolucci ci offre una visione già
consolidata, che risente almeno un poco del dibattito storico a
posteriori. Per Garrel la politica sembra un mezzo col quale gli
uomini possano migliorarsi, aspirare ad essere maggiormente se
stessi, lottare per una vita diversa anche se non bene
identificata, ma forse solo sognata; Bertolucci ce la dipinge di
più come un fine meccanico a cui si tende per inerzia,
un’espressione totalizzante che inglobi in sé tutte le
manifestazioni umane, fagocitandole. Quasi una forma di perenne
avanguardia che non consenta mai di assaporare i frutti, nella
certezza che saranno sempre più maturi o nella paura che non lo
saranno mai abbastanza.
Il lavoro di Bertolucci ha termine con
i protagonisti che si uniscono alla folla, tutti ad urlare dans
la rue!, in un’abdicazione della coscienza critica ormai
proiettata verso un’accettazione a priori: a noi è parsa una
capitolazione dinanzi alla spinta rassicurante e indistinta della
massa più che la consacrazione di una forza storica. Il film di
Garrel si chiude, invece, con la sconfitta dell’identità prima
umana che politica del protagonista. François è sì sconvolto dal
fatto che Lila, per entrare in America, abbia dovuto abiurare alla
sua fede comunista, ma non si toglierà la vita per questo motivo,
bensì per il fatto che lei se n’è andata. Quel loro essere amanti
regolari è stato un sogno di breve durata, che la
normalizzazione degli avvenimenti storici ha cancellato.
Film da vedere ma, forse, da non
rivedere, per non correre il rischio di una disillusione, di non
ritrovare più la stessa tenera e nostalgica atmosfera.
Enzo Vignoli
8 ottobre 2005
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